Janis e la sua piccola ragazza infelice
“Little Girl Blue”. Una piccola ragazza triste che dal 1935, anno in cui il brano di Hart e Rodgers fu eseguito in occasione della prima rappresentazione del musical Jumbo, fino ai tempi nostri, ha ispirato i più grandi musicisti, molto spesso in momenti difficili delle loro carriere o esistenze. Un brano di grande forza espressiva, che neanche jazzisti amanti dell’improvvisazione o caratterizzati da uno stile allegro oppure legati ad uno strumento in particolare, hanno modificato oltre certi limiti, senza mai staccarsi dal “canto” che il testo stesso del brano detta, quasi ne subissero la potenza e la perfezione. Una, l’eccezione più evidente: la versione di Janis Joplin, del 1969.
La melodia si allontana notevolmente dall’originale e l’arrangiamento mantiene il tempo in tre quarti che spettava solo alla strofa (qui abolita), in tutto il chorus. Anche il testo subisce delle variazioni ed il linguaggio viene stravolto adeguandosi a quello personale dell’artista, che sembra riscrivere in tal modo la sua storia tramite questa canzone. Può apparire quasi romantica, senza dubbio dolcissima, l’apertura realizzata con semplicità dalla chitarra e dal basso che potrebbe richiamare la versione di “Little Girl Blue” di Chet Baker, forse la più affine a questa, sebbene priva di altrettanta carica emotiva. Interviene, poi, la voce di Janis, sostenuta da batteria e tastiere e modulata per pochi istanti in maniera più soft, salendo in seguito su acuti prorompenti e drammatici, persino rabbiosi.
Lunghe pause separano una strofa dall’altra e lasciano intuire il vuoto di quel tempo che passa, che incede, ma contro il quale è inutile lottare: non c’è accenno alla speranza, non c’è ricerca di una soluzione, tanto meno di un “blue boy” nella visione della Joplin, non esiste più lo spazio lasciato al domani che trovavamo nel pezzo originale. Strano pensare a Janis come ad una “piccola ragazza triste”: difficilmente, infatti, la cantante pur nella sua vita sregolata ha lasciato intravedere la propria fragilità, mostrandosi invece consapevole del suo destino, accettato apparentemente con serena rassegnazione.
Forse la Joplin forte e agguerrita che conosciamo noi, si rivolge qui alla piccola ragazza che chiama addirittura “infelice” e che nasconde dentro di sé, dicendole di “sedersi”, di star buona, che la comprende e sa come si sente, che non c’è ormai nulla da fare contro quelle lacrime.
Laura Mancini


