Gabriele Pignotta in tournée con “Toilet”

 

 
 
 
 
 
 
 
 

 

Dal 22 al 24 Novembre 2019 Gabriele Pignotta ha portato di nuovo in scena nella Capitale lo spettacolo “Toilet”, presso il teatro Garbatella.

Una frase del comunicato stampa mi ha sorpreso, definisce “Toilet” uno spettacolo pop. Spiegami perché! «Questa scelta è dovuta alla mia ossessione di far capire al pubblico che faccio un teatro che arriva a tutti ma senza piegarsi alle battute facili e senza sposare linee più rassicuranti. I miei testi stanno assumendo negli anni una sostanza, un ispessimento ma restano comunque fruibili». Non si tratta del classico one man show, nel quale il comico, per sostenere il palco da solo per tutta la durata dello spettacolo, racconta la sua storia, i suoi aneddoti e si rivolge direttamente al pubblico. Quella di Toilet è una drammaturgia nella quale il protagonista non sembra mai effettivamente solo perché riesce a farci percepire la presenza di tutte le persone con le quali si trova a dialogare. Ricorre il minimo possibile alla voce registrata della narrazione e sfrutta altri intelligenti escamotage: primo fra tutti, quello delle continue, lunghe, divertenti, estenuanti, paradossali, a volte drammatiche conversazioni al telefono. Gabriele è tecnicamente perfetto in questi monologhi/dialoghi, sempre molto verosimili nei tempi e nei toni. La seconda trovata è quella di parlare da solo, tra sé e sé, il più delle volte arrabbiandosi – come accade a molti di noi quando ci capita un imprevisto – oppure ragionando ad alta voce su come risolvere il problema. Giunto all’estremo della disperazione, parla persino con lo straccio per pulire i pavimenti, ricalcando e parodiando l’espediente di Cast Away col pallone Wilson. L’idea molto originale ed il testo divertente e riflessivo insieme alla situazione descritta, tengono il pubblico sulle spine e ne catalizzano l’attenzione. Si alternano momenti di comicità esilarante ad altri di suspense. Le musiche originali di Stefano Switala sottolineano alla perfezione questi diversi momenti dello spettacolo, mentre la scenografia curata da Tiziana Liberotti, verosimile nell’aspetto e “resistente” nella struttura, contiene i movimenti agitati del protagonista facendolo apparire un animale in gabbia.

La sceneggiatura di “Toilet” si differenzia dalle tue precedenti per vari motivi ma soprattutto uno: nelle tue commedie in genere i protagonisti vivono un momento di crisi, mettono in discussione la loro vita, la loro situazione. Qualcosa stravolge le loro esistenze e, anche se non c’è necessariamente un “lieto fine”, ne escono in qualche modo cresciuti, più consapevoli; attraversano una sorta di percorso di catarsi e, in seguito alle loro riflessioni trovano delle risposte e lo spunto per un cambiamento. Il protagonista di questo spettacolo è molto diverso, sembra immune anche alla situazione estrema e drammatica che si trova a vivere. Il suo cambiamento dura solo pochi istanti. Come mai stavolta hai scelto di mettere in scena un personaggio di questo tipo? «Secondo me la forza di questa storia ci ha guadagnato. La mia intenzione è quella di allertare gli spettatori sul fatto che siamo vittime di tante abitudini pericolose che caratterizzano questa epoca e non è detto che in qualche modo, poi, la sfanghiamo sempre, senza innescare un vero cambiamento».

Tu sai osservare con grande attenzione la realtà e la società e la descrivi, traendone ispirazione per le tue commedie, rimanendo sempre molto oggettivo e super partes nelle tue sceneggiature. Hai fatto lo stesso anche con Flavio, caratterizzandolo con la sua dipendenza estrema dal cellulare. In realtà, a quanto mi dici, nel tuo lavoro c’è anche l’intenzione di denunciare questo tipo di comportamento. Cosa ne pensi di questo fenomeno sempre più diffuso? Tu riesci a prendere le distanze dallo smartphone durante la giornata? «Più che voler fare una denuncia sento sempre la responsabilità, anche attraverso il genere della commedia, di accendere una riflessione in chi segue i miei spettacoli, altrimenti non sarei coerente col mio ruolo. Per quanto riguarda il mio rapporto con la tecnologia ed il cellulare, io credo di essere tra quelli che riesce a raggiungere un buon compromesso: conduco una vita serena in questo senso».

Flavio guida distratto dalle continue telefonate e si estranea dalla realtà al punto di non rendersi conto di dove sta andando. Inevitabilmente, mi ha fatto pensare ad un argomento molto dibattuto negli ultimi tempi, ovvero la nuova legge sul dispositivo da tenere in auto per non dimenticare i bambini dentro. Cosa ne pensi di questa legge? «È vero, se il protagonista di Toilet, Flavio, fosse stato padre, sarebbe stato senz’altro uno di quegli uomini che rischiano di commettere un errore tragico di questo tipo!Io ho un bambino di 2 anni e ho acquistato quel dispositivo anche se non facciamo grandi spostamenti in auto. Sono d’accordo con qualsiasi cosa che possa risultare utile a scongiurare questo rischio».

Parliamo del tuo passato e del tuo futuro lavorativo ed artistico. Negli ultimi tempi è stato evidente un deciso cambio di rotta nel tuo percorso. Dopo anni di commedie da te scritte, dirette ed interpretate insieme ad una compagnia, sei tornato a fare “esperienza” solo come interprete per altri registi e con altre compagnie. Hai scritto e diretto lavori che non hai interpretato in prima persona. Ed ora, sei per la prima volta da solo sul palco. Cosa ti aveva stancato della vecchia formula che in effetti ti ha portato al successo e hai abbandonato quando ancora funzionava alla grande? Stai lavorando a qualche altro progetto? «Il lavoro con la compagnia non l’ho abbandonato e non mi ha mai stancato. Ho avuto l’impressione, però, che per crescere ulteriormente dovevo uscire da quella formula che rimaneva un po’ chiusa e con la quale avevo raggiunto il massimo possibile. Volevo anche avere l’opportunità di uscire dai vari ruoli che rivestivo contemporaneamente negli spettacoli col gruppo, per concentrarmi su ciascuno e fare nuove esperienze. Quello di fare uno spettacolo dove potermi concentrare sulla mia performance attoriale, poi, era un mio grande desiderio perché nel lavoro con la compagnia si finisce sempre per mettersi al servizio degli altri e tenere in secondo piano la propria interpretazione. La strada che voglio seguire, comunque è ancora quella della compagnia e riprenderemo con Vanessa Incontrada vari spettacoli. Sto preparando un nuovo progetto, che è l’adattamento teatrale in italiano di “Tre uomini e una culla”, film di successo degli anni ’80, una delle poche commedie mai candidate all’Oscar. Ho scritto anche un nuovo spettacolo teatrale per Lorella Cuccarini e sto cercando di proseguire l’attività nell’ambito cinematografico, ma ho notato che mentre a teatro le mie commedie risultano sempre fresche, nella trasposizione cinematografica non si ottiene lo stesso risultato. Sto riflettendo su che genere di film voglio fare e credo che non ripeterò la “commedia garbata e carina”: vorrei ispirarmi al cinema indipendente americano, nel quale si ride ma c’è anche densità di contenuti».

Laura Mancini

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