Tra tradizione e modernità, ecco come si ascolta il jazz in Cina

Nei Paesi dell’Occidente si avverte da tempo il crescente potere economico della Repubblica Popolare Cinese, in forte contrasto con le differenze in diritti acquisiti, vedute e cultura, che in qualche modo ci dividono ancora dalla Cina. Se in base a quanto sappiamo sulla censura dei mezzi di informazione e in generale sulla limitata libertà d’espressione di cui soffre la popolazione cinese, potremmo pensare che alcune forme d’arte qui non trovino spazio, questo non vale per la musica, che ha subito forti influenze da Europa e USA.

La lingua cinese parlata potrebbe risultare di difficile ascolto alle nostre orecchie ma è in realtà estremamente musicale poiché la sua pronuncia si basa sui quattro toni di ciascuna sillaba e si presta a molti generi musicali. Tra gli altri, grande diffusione ha avuto tra i musicisti cinesi anche il jazz – cantato o strumentale – e le due città più note della Cina, Shanghai, la più “occidentale” e Pechino, sembrano contendersi musicisti locali ed internazionali, che si esibiscono in jazz club di successo.

«Shanghai negli anni ’20 e ’30 era nota in tutto il mondo per l’ostentazione di sé, per il suo fascino e per il jazz»,che la classe colta dell’epoca non teneva in gran conto, associandolo alla musica popolare. «Dopo oltre 40 anni di assenza dalle scene», perché bandito durante la Rivoluzione Culturale, «il jazz è tornato in questa città grazie al Cotton Club». È quanto affermano con orgoglio gli organizzatori del Cotton Club, il locale jazz più rinomato di Shanghai. E non c’è da stupirsi, considerando che Shanghai ha tentato a gran rapidità e spesso a discapito del patrimonio artistico tradizionale del luogo, di apparire il più possibile moderna o – dovremmo piuttosto dire – semplicemente di “apparire”: passeggiando per via Nanchino, si può ascoltare continuamente della musica di sottofondo proveniente da invisibili altoparlanti, e una delle maggiori attrattive della città è considerata osservare palazzi e costruzioni moderne, illuminate ogni sera artificialmente ed in modo un po’ pacchiano.

Al di là del desiderio di far scena, però, quella del Cotton Club è una struttura che ha realmente dato l’opportunità a grandi musicisti di esibirsi per il pubblico cinese. Situato vicino al distretto di Fuxing Lu, il Cotton Club è il primo jazz club nato a Shanghai ed è senz’altro uno dei più popolari, considerato ormai un’istituzione sul territorio. Col suo ambiente intimo ed informale, caratterizzato da un’atmosfera cupa, nel weekend è colmo di gente del posto e di stranieri che seguono i concerti seduti sugli sgabelli o persino in piedi. Presenta la migliore offerta di musica jazz e blues dal vivo della città, tra ensemble che lo frequentano regolarmente ed ospiti occasionali e si racconta che una volta Wynton Marsalis si fermò nel locale per una jam session: molto del successo, forse, va attribuito anche a questa sorta di consacrazione che da allora ha attratto numerosi visitatori. Bevande e snack hanno prezzi accessibili e forse anche per questo il locale è frequentato da una clientela giovane.

A fianco ad una realtà stabile e affermata come quella del Cotton Club, stanno nascendo altri spazi che riscuotono buon seguito. Tra questi, nel 2004 ha avviato la sua attività il JZ Club, fondato dai giovani musicisti Fu Hwa e Pang Fai a West Fuxing Road, a circa 200 metri di distanza dal Cotton Club (un’altra sede si trova nella vicina cittadina di Hangzhou). Il locale ospita anche una scuola di musica, uno studio di registrazione e un festival annuale. Caratteristico per il suo interno, illuminato con lanterne rosse e arredato con tavolini alti oppure eleganti e comodi sofà, il JZ è un locale dall’atmosfera fumosa con un palco visibile sia dal primo piano che dalla galleria. Piccolo e affollato, rischia a volte di essere claustrofobico e la gente sale di tanto in tanto sul terrazzo in cima al tetto a prendere un po’ d’aria.

Grazie alla buona fama che si è guadagnato in poco tempo, il JZ Club è anch’esso frequentato sia da clienti abituali della città che da stranieri, e non di rado dagli stessi musicisti di Shanghai: l’età media degli spettatori forse è un po’ più alta rispetto a quella della clientela del Cotton, anche per via dei prezzi più alti. La musica che si ascolta non è particolarmente pretenziosa: in buona parte si tratta di gruppi cinesi orientati su un genere jazz-samba, ma anche jazz rock e standard, mentre meno frequentemente si da spazio a musicisti internazionali. Nello stesso quartiere si trova anche il Full House, un piccolo pub di Heng Shan Road aperto negli anni ’90, noto per i suoi lunghi happy hour, che nel weekend offre anche del buon jazz dal vivo; il Blues & Jazz, nato nello stesso periodo, da Maoming Road ha spostato i suoi arredi in legno nel Bund e propone jazz mescolato a funk e rock, dedicando la domenica alle jam session; il Brown Sugar, trasferito da Taipei a piazza Xintiandi, con il suo palco alto ed ampio che rende i musicisti fin troppo distanti, forse grazie ad una moda del momento ultimamente è diventato affollatissimo, tradendo un po’ il tenore più tranquillo e adatto al jazz dei suoi primi tempi.

Una menzione meritano, in fine, gli esclusivi jazz bar degli hotel con attività rivolta in prevalenza ai turisti come il The Peace Hotel, in cui si suona ogni sera musica jazz nello stile originale di Shanghai, oppure il Jazz37 all’interno del Four Season Hotel o ancora il panoramico CJW, elegante wine-cygar club (che stranamente offre un menu di mediocre qualità) all’interno del Bund Center, che tra gli ospiti di spicco ha visto il sassofonista newyorkeseEric Wyatt.

Laura Mancini (Jazz Colours, anno 2010)

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