Francesca Barzon: le poesie di “In un volo il mio tempo. Silenzi che parlano”
Francesca Barzon sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino 2025 per il firmacopie del suo libro “In un volo il mio tempo. Silenzi che parlano”, in programma venerdì 16 maggio dalle ore 17:00, presso lo stand SBS Edizioni (E36 – PAD1). La sua raccolta poetica, intensa e riflessiva, esplora il tempo, la memoria e i legami attraverso la voce dei silenzi interiori.
Il calendario completo degli appuntamenti SBS è disponibile su promozione.sbsedizioni.it e sulla pagina Facebook ufficiale della casa editrice.
In un volo il mio tempo è un titolo che evoca leggerezza e profondità. Come nasce questa immagine e cosa rappresenta per te?
«Con la parola “volo” ho voluto sottolineare che il concetto di tempo è un attimo della nostra vita e che il tempo ha significato quando nelle emozioni vissute con particolare intensità ti ritrovi intatta. Inoltre, ho voluto sottolineare il concetto di “movimento”. Nulla è fermo e questa raccolta si sviluppa in un lungo arco di attimi che partono dalla mia giovinezza e non hanno ancora smesso di scorrere, dal momento che la vita sa sorprendere sempre».
I silenzi sono protagonisti delle tue poesie. Cosa riescono a dire che le parole spesso non riescono a esprimere?
«I silenzi sono lo “spazio” necessario dove depositare i nostri battiti del cuore quando non sono controllabili razionalmente o quando diventa “rifugio” in cui riposare. Esso ha una sua “sacralità “ diventa fonte da cui sgorgano le parole che cristallizzano l’attimo, rapido e fragile come il volo di una farfalla. E’ da qui che nasce la necessità della poesia, in essa c’è l’urgenza di cogliere la suggestione dell’attimo».
La memoria, gli affetti familiari e il tempo vissuto affiorano in molte liriche. Come hai costruito questo equilibrio tra privato e universale?
«Memoria, affetti, tempo, sono strettamente collegati alla capacità di conservare traccia degli stimoli sperimentati. Addirittura la parola “reminiscenza” per Platone è il ricordo di ciò che abbiamo appreso in altre vite. Sono, dunque, frammenti che si sovrappongono al presente, al qui e ora, ampliando e la percezione, la nostra capacità di sentire e di creare immagini che nascono da un proprio vissuto, ma che appartiene alla natura dell’uomo dove chiunque si può riconoscere».
Cosa significa per te portare la tua poesia al Salone del Libro, incontrando dal vivo i lettori?
«È sempre un’esperienza nuova e diversa incontrare “persone”. Ognuna è un mondo a sé e apre pertugi a interpretazioni non previste. La poesia una volta buttata giù, non dico scritta perché ha un significato più pensato, esce dall’autore e diventa di tutti ed è in ciò che vi è il “transito” dal privato all’universale, dal soggetto “io” all’altro da me. Il Salone mi permette di vivere questo passaggio e di capirne il senso.
La poesia è di tutti e vale la pena nella vita avere sempre, sul comodino del letto, la possibilità di leggerne una, quasi fosse una preghiera, che dà beneficio all’anima».

