Con “James Farm” l’omonimo gruppo che dal 2009 si è più volte esibito insieme dal vivo, fornisce la prima testimonianza su Cd del lavoro svolto in questi anni. Dai 10 brani firmati dal quartetto emerge un’impressione di libertà espressiva, in particolare nelle fasi di improvvisazione di sax e piano che si allontanano anche molto dal tema principale, ma sempre contenuta in una forma che riporta alla canzone, in cui la melodia è spesso orecchiabile e cantabile, come nella ritmata e ballabile Polliwog di Redman, animata da Eric Harland con i cimbali o nella lunga 1981 di Matt Pennman, forse le due composizioni più riuscite e accattivanti dell’album.
Caratteristica portante è il timbro pulito, “dritto” ed essenziale del sax di Joshua Redman: agile e veloce nelle improvvisazioni fino a diventare frenetico, appare invece più seducente nella ballad Bijou garantendone il pathos ma rimanendo sempre composto ed elegante e ha un suono più sporco solo quando viene alterato nella sperimentazione più ardita del Cd, I-10 di Eric Harland che sembra sfociare nel rock. Inoltre, il panismo percussivo di Aaron Parks, che spesso ripete sequenze di note che fanno da base alla melodia, per un effetto ossessivo ed ipnotico: è il caso del brano d’apertura Coax, dell’atmosfera tetra e sinistra, che presenta una fase priva di interventi delle percussioni alla quale Parks, grazie a tastiere e sintetizzatore, conferisce un sound etereo e anche di Chronos, dello stesso pianista che qui suona la base sulla sinistra della tastiera e propone un ritmo inquieto ed imprevedibile con la destra, disegnando la melodia affiancato da Redman, col quale si creano i momenti di migliore interazione, per una corsa contro il tempo dall’effetto travolgente; dopo 5 minuti dall’inizio del brano, la batteria si assenta per poi tornare in atteggiamento dance, solo con brevi interventi caratterizzati da bruschi arresti.
Parks ricorre nell’album a una grande varietà di strumenti – tack piano, Prophet-5, pump organ, humming, Rhodes, Hammond Home Organ, Celeste – per creare momenti d’atmosfera rarefatta e surreale facendo uscire i brani dalla loro struttura “classica”: lo stesso accade in come anche in Low Fives, dove la batteria perde completamente la sua funzione ritmica mentre Matt Penman narra la melodia al contrabbasso, seguito da Redman più drammatico.
Laura Mancini


