Edoardo Sylos Labini in “Bang Bang!”
Il Teatro Cassia di Roma, completamente rinnovato, apre i battenti al pubblico inaugurando la stagione 2009/2010 con lo spettacolo “Bang Bang!” già presentato in anteprima estiva da Edoardo Sylos Labini che concesse con l’occasione un’intervista ad Artoong.
Un po’ emozionato, ancora visibilmente sopraffatto dall’inaspettato ritorno al successo dovuto al singolo “Bang Bang!” tratto dal suo ultimo album, dopo averci presentato tutti i componenti della sua band – la cantante Ottavia Fusco, il dj Coccia (Antonello Aprea), il bassista Ciccio (Mario Rivera) e alle tastiere Gionfri (Gianfranco Mauto) – il leader protagonista di questo spettacolo racconta ad un immaginario intervistatore di nome Red (evidente il riferimento a Red Ronnie e al Roxy Bar) il suo passato di star travolta dal mondo del rock, fatto di mondanità, frenesia, donne e soprattutto droghe di ogni genere. Ma ne parla in maniera quasi innocente come giustificandosi ed ispira simpatia mentre beve tranquillo il suo the caldo, cercando di convincerci che ormai ne è fuori.
Ricorda, così, la prima esperienza “mistica” o addirittura – come dice, esaltato, lui – “esoterica” in cui, sotto effetto delle droghe, riuscì a produrre musica di alto livello con i suoi amici musicisti. Rivederlo e ascoltarlo mentre interpreta di nuovo quei brani, a distanza ormai di 10 anni dalla loro nascita, ispira a tratti persino un po’ di compassione… e forse è per questa ragione che la Fusco lo interrompe con una risata quasi disperata.

Questo breve excursus introduttivo che ci narra il passato della band arriva al culmine quando un giorno il leader rimane “fulminato” da una frase banale, piena di luoghi comuni, pronunciata dal presentatore di un talk show e ascoltata per caso alla tv, che lo porta a decidere di farla finita con le droghe.
Edoardo riesce a raccontare ogni aneddoto, più o meno significativo, con una leggerezza ed una spontaneità incredibili, si tratti di descrivere momenti all’apparenza drammatici o semplici bravate: il nostro leader se la cava sempre con un sorriso, facendo apparire tutto come la conseguenza naturale ed ovvia delle circostanze.
Il primo brano tratto dall’album presentato si intitola “Noi siamo il mondo”, versione italiana chiaramente parodistica di “We are the world”. Il testo dice tutto: “Viviamo in una fogna immensa in un mondo di merdaaaa!” canta la band con passione ed enfasi e parte del pubblico si piega dalle risate, ma forse dentro ciascuno di noi nasce una riflessione su quanto sia verosimile la situazione descritta in quel brano, facendo un raffronto con la condizione che viviamo oggi…
Si passa poi al secondo brano dal titolo “Essere cane” e con esso si delinea pian piano la differenza sempre più marcata tra i personaggi presentati in ciascuna canzone (e nel nostro caso sul palco). Protagonista stavolta è un cane – e senza risparmiarsi Edoardo abbaia e scodinzola abilmente per calarsi nella parte – che ci presenta il suo punto di vista, il mondo umano, quello che definisce “normale”, visto dalla sua prospettiva di cane dell’italiano medio. Valuta l’ipotesi di ricercare anche lui una “vita normale” ma l’abbandona subito: il suo sogno è diventare ricco e famoso per azzittire tutti quelli che lo hanno umiliato in passato, augurandosi così di ottenere una parvenza di rispetto… ma non appena il discorso si fa troppo serio, ecco che per sdrammatizzare e giustificare tutto, Edoardo riprende ad abbaiare e scodinzolare, per non rendere i toni mai eccessivamente pesanti e fingere che si tratti sempre solo di uno scherzo, anche se in conclusione – ci dice – lui è l’unico che sa di essere un animale mentre tutti noi “normali” siamo ciechi a non accorgerci di appartenere alla sua stessa razza…
Il terzo brano è “L’ultimo amico va via” ed il protagonista qui è il bassista Ciccio che si trova a un passo da un matrimonio non desiderato solo per via di una scommessa persa. Quello che viene descritto è il suo folle addio al celibato – con qualche accenno disilluso sull’amore e la vita matrimoniale ai nostri giorni – e se il contenuto del racconto è quasi inconsistente (non succede nulla di davvero interessante o significativo), la ricchezza della narrazione sta in una serie di piccole trovate a livello linguistico, che riescono a catturare l’attenzione dello spettatore, come quel tornare continuamente al momento in cui Ciccio “strizza il coso del ketchup in faccia al butta fuori”.
Si va ancora avanti con “Qui si sta bene” dove Sylos Labini si trasforma magnificamente in un fragile disadattato metropolitano che si accontenta di vivere ogni giorno con un tramezzino tonno e pomodoro, un caffè, una sigaretta, il giornale e un posto per dormire. È estremamente semplice ed efficace nei suoi ragionamenti, balbetta un po’, ha un sorriso aperto ed ingenuo, si accalora per l’aumento del prezzo del caffè e ci dice così che ha deciso di privarsi anche di quei due piccoli vizi, il caffé e le sigarette. Ci fa una tenerezza incredibile, quando da inguaribile ottimista conclude che “Un bicchiere mezzo pieno è… meglio di niente, ecco!”.
Il brano numero 5 è “Sono una trans, non sono una santa” ed è uno sketch breve e leggero, il sesto invece “Top manager” Vede entrare il trasformista Edoardo alle spalle del pubblico nei panni di un uomo d’affari che parla al telefono arrabbiato col suo avvocato e passando tra le file delle poltrone ci trasmette tutta la sua agitazione. Tutto l’episodio consiste in un susseguirsi di telefonate di ogni genere in cui il protagonista si trasforma ogni volta indossando una maschera diversa per rispondere alle esigenze di ciascun interlocutore e dirgli sempre quello che vuole sentirsi dire. Intelligente l’idea di usare un apparecchio telefonico diverso per ogni chiamata, che ne rappresenti il più possibile il carattere (come quello fuxia a forma di labbra, per la telefonata clandestina all’amante).
Il settimo brano “Scarfeis” parla di un boss camorrista che proclama “C’è chi è nato per servire e chi per comandare” ed offre la sua prospettiva cinica della realtà, comandata da un Dio che segue i suoi umori ed esercita un potere senza giustizia né pietà.
Arriviamo alla conclusione: il brano numero 8, dal titolo “Bang Bang!”. L’uomo è ormai visto come un topolino in gabbia che deve far girare la ruota sempre più veloce senza un senso né una direzione perché “Se non facciamo quello che ci dicono di fare… perdiamo tutto”. Si immagina un futuro non troppo lontano in cui il mondo sarà controllato da macchine e videofonini privi di emozioni. Secondo questa prospettiva, anche l’uso di droghe rischia di essere giustificato “Secondo voi perché la gente si fa le canne? Perché se fosse lucida mollerebbe tutto e smetterebbe di vivere”.
Il leader comincia così a spogliarsi – è, a questo punto, Edoardo che si spoglia del personaggio e dell’arte – fino a rimanere in mutande, mentre ci spiega che l’unico modo per sfuggire a questo sistema è non fare niente e non produrre più nemmeno l’arte, limitandosi a crearla nella propria testa, dove nessuno può entrare.
L’espressività di Edoardo Sylos Labini non conosce limiti ed è questo che ci conquista. Riesce a sostenere per un’ora e mezza il palco, quasi completamente da solo e ad esserne protagonista assoluto senza esitazioni, anche grazie a tante piccole trovate e dettagli importanti – quel berretto rosso calzato con la visiera di lato, i pantaloni che calano e scoprono la pancia esibita con tanta disinvoltura.
Tutto lo spettacolo è costruito con cura dei dettagli, il testo è riscritto in maniera coerente ed uniforme, cercando continuamente di affrontare tra le righe con apparente leggerezza ed evitando la seriosità, argomenti e situazioni terribilmente attuali e cocenti.
Non ne sbagliano una quelli della “band”, che sostengono e caricano la narrazione con una scelta perfetta di suoni e musiche; da notare l’intervento discreto ma efficace alla fisarmonica di Gianfranco Mauto nel settimo episodio.
Laura Mancini

