Al Teatro Lo Spazio di Roma, dal 7 al 29 Maggio in seconda serata torna lo spettacolo “Morrison Hotel”.
Ideato dai giovanissimi Pierpaolo De Mejo e Valerio Cosmai, “Morrison Hotel” è uno spettacolo che vede alternarsi parti recitate dal primo a performance musicali curate dal secondo alla chitarra e alla voce, accompagnato da Fabrizio Vestri alle tastiere e Simone Quarantini alla batteria.
Lo stesso De Mejo ne ha curato la regia, avvalendosi della supervisione artistica di Edoardo Sylos Labini.
Il testo, ricalcando in buona parte le orme del film di Oliver Stone, utilizza come filo conduttore i momenti fondamentali della vita di Jim Morrison – l’infanzia e poi gli anni dal ’64 al ’70, quelli di maggior successo per i Doors – con riferimento agli scritti e alle poesie del poeta del rock, prendendo spunto in particolare dalle sue raccolte “Tempesta elettrica”, “I signori” e “Le nuove creature”.
Se si evita qualsiasi tipo di confronto con Jim Morrison, Valerio colpisce immediatamente, non tanto per la preparazione tecnica o per la capacità di cantare in accordo con la sua stessa chitarra, che andrebbero esercitate ancora un po’ ma forse risentono solo dell’emozione della “prima”, quanto per la timbrica particolare e gradevole della sua voce, per la sua modulazione melodiosa ed il calore con cui interpreta i brani.
Pierpaolo, al contrario, se appare preparato tecnicamente, lascia trasparire lievemente la direzione di Sylos Lanbini, di cui a tratti imita il caratteristico stile recitativo, i toni, il parlare alternando dizione corretta a cadenza romana (che col personaggio di Jim non ha molta attinenza), le movenze sul palco. Perde, in questo modo, quel tocco di spontaneità, di personalità che renderebbe ancor più apprezzabile ed umano il su Jim, ma forse quella che va accentuata è solo la giusta chiave di lettura fornita brevemente ad inizio spettacolo, ovvero che quella che vediamo in scena è una cover band che ci racconta a modo suo i Doors.
Al di là di queste considerazioni che sono solo suggerimenti per sfruttare ancora l’idea e migliorarla, senza andare nel dettaglio tecnico, devo dire che lo spettacolo cattura l’attenzione, coinvolge ed è nel complesso molto gradevole e l’intensità della performance non viene mai compromessa. Sono molti gli spunti poetici toccanti. «Se ad un bambino dovete rispondere alla domanda: cos’è la felicità? Ditegli di rimanere bambino e lo saprà…» dice Jim, nella convinzione che l’ignoranza, la non conoscenza e la non esperienza del dolore siano un bene, in una visione della vita quale inarrestabile corsa verso la morte. L’idea che il cantante/poeta ha dell’amore e la sua non esperienza dell’amore introducono “I love you the best”, uno dei pezzi più belli ed ipnotici eseguiti dal gruppo ed il primo dei pochi cantati dallo stesso De Mejo con voce convincente, mentre Simone Quarantini tiene il tempo battendo sui tamburi, creando un’eco che conferisce solennità al momento.
Intelligente l’uso che Emanuele Simoni fa delle luci, differenziandole efficacemente sui musicisti e su Jim, come ad evidenziare che pur lavorando insieme a Jim, i musicisti non erano mai riusciti davvero a comprendere e “contenere” il loro leader; anche i movimenti sul palco di queste due “entità” sono separati in due blocchi, ad esempio nella scena in cui Jim compone “Ode a Nietzsche”.
Laura Mancini