Maximilian Nisi: “Il pubblico vuole un’evasione intelligente e costruttiva”
A maggio hai ritirato il Premio Teatro d’Autore 2019 al Festival Napoli Cultural Classic. Cosa rappresenta questo riconoscimento per un artista che come te ha già una lunga carriera alle spalle? Che valore gli dai?
«La sera in cui mi hanno dato il premio ho cercato le parole più giuste per ringraziare la giuria che mi aveva scelto. Ho detto che un premio per me non è altro che una carezza, una pacca sulla spalla, che incoraggia a continuare. Un gesto d’amore e di stima che mi dice che sto lavorando bene, con serietà. Ho ricevuto diversi premi in passato e spesso questo è avvenuto in momenti artistici o di vita assai particolari in cui avevo veramente bisogno di quell’incoraggiamento.»
Quando hai ritirato il premio hai accennato al fatto che, rispetto al passato e al periodo in cui tu ti formavi come attore, oggi mancano “attori” e che le energie nel mestiere della recitazione non sono più le stesse… la frase si è interrotta e, con la conduttrice dell’evento, siete passati ad altro. A me piacerebbe approfondire: a cosa ti riferivi accennando a quelle “energie”? Cosa ti piacerebbe vedere nel teatro e nel cinema di oggi e di domani in Italia?
«In verità dicevo esattamente il contrario. Non credo che manchino gli attori, le idee o le energie. Tutt’altro. Manca la fiducia da parte di chi ci governa. Manca il guizzo da parte di chi ci produce, che non è più abituato a rischiare ed investe in progetti di intrattenimento spesso poco culturali.Viviamo in un Paese e, forse, in un mondo, in cui la Cultura, da troppo tempo, è considerata un intralcio.»
Uno dei tuoi lavori che ha particolarmente colpito il pubblico è stato la “Rappresentazione della Passione”, trasmesso anche su Canale 5 di Mediaset. Interpretare un personaggio come quello di Cristo è di sicuro impegnativo. Sei credente? Come lo hai affrontato?
«Sono cristiano, sempre meno cattolico. Da un po’ di anni credo più nell’Uomo, nelle persone, che
nella Chiesa. Interpretare Cristo, nel periodo del grande Giubileo, è stata oltre che una grandissima sfida artistica, una tappa importante, direi fondamentale, nel mio percorso di vita. Uno spettacolo bellissimo, diretto magistralmente da Antonio Calenda, pieno di inventiva e di quel senso di necessità che sempre di più manca nel nostro mestiere. Erano anni, quelli, in cui avevi, come attore, la sensazione di far parte di progetti importanti, di operazioni socialmente utili. Ho interpretato Cristo non dimenticando mai che fosse un uomo e non un predestinato, ho investigato sulle sue paure, sulle sue speranze e sulle sue mille contraddizioni.»
Questa intervista arriva a ridosso della tua partenza: tra pochi giorni mi hai confidato che sarai lontano e “isolato” da tutti. Dove andrai e cosa rappresenta per te il viaggio che stai per affrontare? «Un viaggio è una piacevole fuga in compagnia di se stessi. Una necessaria evasione. Ho sempre più bisogno di silenzio per riconciliarmi con una Natura che sento venir meno. Amo conoscere posti nuovi, tradizioni e culture diverse. Capire, studiare, immergermi in tutto ciò che ancora ignoro. Sapori. Colori. Viaggio da quando son bambino. Questo mi ha sempre dato energia, forza e ha sempre sollazzato la mia bulimica curiosità e la mia immaginazione. Dove andrò? Un segreto…» Siamo nell’era di internet, di Instagram, dei “travelblogger”. Questi canali hanno reso la trasmissione delle informazioni e delle immagini immediata, istantanea e molto effimera. Io stessa talvolta mi lascio contaminare da questi nuovi modi di comunicare e se un tempo mi dedicavo per un anno alla stesura del libro di un racconto di viaggio, oggi mi trovo anche a raccontare le esperienze in giro per l’Italia e per il mondo attraverso una foto o un breve articolo. Quello che resta sono delle “impressioni”. Cosa ne pensi di questo cambiamento nella comunicazione? Pensi che anche il modo di vivere il viaggio sia cambiato? Tu come ti comporti quando viaggi? «Quando viaggio dimentico internet, abbandono i social. Mi riprendo la mia libertà. Fotografo con gli occhi. Non condivido mai le immagini dei miei viaggi e non uso comunicare i pensieri di quei preziosi giorni. In un lavoro, in un personaggio, in una musica scelta magari poi, improvvisamente, vi racconterò ogni cosa.» Raccontami dove ti vedremo nella stagione teatrale 2019/2020 e se hai altri progetti in ambito televisivo e cinematografico. «Per “Fiato ai libri”, formidabile manifestazione, il 28 settembre leggerò “L’animale morente” di Philip Roth, accompagnato al pianoforte da Stefano De Meo. Il 17 ottobre riprenderò a Milano “Shakespeare amore mio”, il mio omaggio al grande bardo; il 28 ottobre a Trieste, per il Teatro de La Contrada, ricorderò la grande Valeria Valeri leggendo alcuni brani di “Fiore di cactus” di Barillet e Gredy, a cura di Daniela Gattorno. A novembre, dicembre e gennaio ci sarà la ripresa di “Un autunno di fuoco” di E. Coble, accanto a Milena Vukotic, per la regia di Marcello Cotugno. A febbraio e marzo la ripresa de “Il piacere dell’onestà” di L. Pirandello, per la regia di Liliana Cavani. A maggio la ripresa di “Mister Green” di J. Baron, accanto a Massimo de Francovich, per la regia di Piergiorgio Piccoli.E poi due novità, a cui tengo moltissimo, per la primavera e per l’estate, di cui ti racconterò tutto quanto prima.» Ti piacerebbe tornare alla regia? «Sì, moltissimo. La regia è l’unico momento creativo in cui mi sento completamente libero e felice.»
Alcuni interpreti e registi teatrali “snobbano” il lavoro in tv; altri come te riescono a conciliare le due cose. In molti casi la televisione ha il merito di ridonare visibilità ad interpreti meravigliosi che il grande pubblico ha un po’ dimenticato. Un esempio è quello di Milena Vukotic – con la quale, tra l’altro, hai calcato le scene l’anno scorso – e della sua partecipazione alla trasmissione “Ballando con le stelle” che le ha ridato grande popolarità. Qual è il tuo punto di vista? «La Tv è un mezzo di comunicazione molto importante. In passato lo è stato sicuramente di più. Lì si dovrebbe far Cultura e si potrebbe celebrare il Bello. Questo, da troppo tempo, purtroppo non accade ed ecco che l’attenzione del pubblico televisivo non può che rivolgersi altrove. Si torna a teatro, si va con più frequenza al cinema o si evade felicemente sul digitale terrestre. Il pubblico televisivo non è affatto sciocco o sottosviluppato. È sensibile, colto e desideroso di evasione sì, ma intelligente e costruttiva. Io ho fatto parecchia televisione in passato e la rifarei con il medesimo entusiasmo, perché facendola non mi sono mai sentito danneggiato nel mio modo di essere o di lavorare. L’impegno, la dedizione, la cura sono sempre stati gli stessi.» Cosa ti auguri? «Poesia. Canto. Dolcezza. Dedizione. Amore. Magia. Mi auguro che il teatro vada avanti e noi con lui. Il teatro è spaventosamente umano.»
Laura Mancini

