“La banalità del male” al Teatro Belli di Roma
Rappresentato al Teatro Belli di Roma dal 30 gennaio al 1 febbraio 2026, lo spettacolo “La banalità del male”, tratto dall’omonima opera della filosofa Hannah Arendt, è un lavoro accurato e conciso che permette di ricordare (e ai giovani di conoscere) alcuni aspetti ed episodi di chi fu responsabile dello sterminio degli ebrei.
Anna Gualdo interpreta la Arendt, la quale seguì come inviata del The New Yorker il processo Eichmann a Gerusalemme. La sua è un’interpretazione per certi versi “composta” che vuole mostrare la protagonista nel suo approccio razionale e giornalistico a una questione tanto delicata e grave. Non sbaglia un colpo in questo ruolo impegnativo e sfidante, è una macchina precisa che si “scalda” solo in rari momenti cruciali.
«La capacità umana di pensare rende l’uomo sospetto» recita la Gualdo, fornendo un’interpretazione delle ragioni che portano i regimi a mettere spesso dei “buffoni senza idee” al potere. Nell’esame delle date salienti della vita di Otto Adolf Eichmann, responsabile della realizzazione logistica della cosiddetta “soluzione finale” e per questo condannato a morte per impiccagione, sembra esservi la ricerca di una qualche traccia di coscienza del criminale che invece testimoniò di non pensare di aver fatto nulla di male. Il suo “non pensare” viene attribuito, qui, al suo essere un uomo totalmente privo di idee, lontano dalla realtà: nulla delle altre persone lo toccava. La sua incapacità di distinguere il bene dal male era tale da fargli considerare il suo incarico un lavoro burocratico. Come spiegare, però, quel “tremito interiore” che affermò di sentire quando ebbe modo di assistere alla preparazione dei vari sistemi di distruzione degli ebrei? Insieme a questa, un’altra domanda sorge verso la conclusione dello spettacolo, ovvero quanto occorre a una persona apparentemente normale come era Eichmann a superare l’innata repulsione verso il crimine? Probabilmente la risposta si trova nel fatto che lui, come altri responsabili dello sterminio, si sentì investito di un incarico straordinario e grandioso che lo faceva uscire dalla insulsità della propria esistenza.
Laura Mancini

