Augusto Boeri e la sua riflessione lucida sull’attualità

Tra gli autori impegnati nel firmacopie al Salone Internazionale del Libro di Torino 2025 abbiamo visto anche Augusto Boeri, con il suo libro “L’era della nientocrazia”. Un romanzo che analizza con taglio originale i meccanismi del potere, del linguaggio e del vuoto culturale contemporaneo. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua opera.

In “L’era della nientocrazia” proponi una visione critica della società attuale. Da cosa nasce questa analisi?

«L’era della nientocrazia nasce dall’osservazione del mondo che ci circonda, un mondo in cui l’apparenza ha spesso più peso della sostanza e dove il potere si alimenta di vuoto e paradossi. Non è un’analisi accademica né un pamphlet politico, ma un racconto che esaspera certe dinamiche contemporanee per metterle a nudo. La mia intenzione non è dare risposte, ma porre domande: fino a che punto siamo complici di questo sistema? Fino a dove può spingersi l’assurdo prima di diventare normalità? Attraverso l’ironia e il grottesco, il romanzo vuole scuotere il lettore e fargli vedere la realtà da un’angolazione nuova e spiazzante».

Il linguaggio gioca un ruolo centrale nel tuo saggio. Come pensi stia cambiando il nostro modo di comunicare?

«Il linguaggio è il cuore pulsante di “L’era della nientocrazia” perché è attraverso le parole che si costruisce (e si distrugge) la realtà. Oggi assistiamo a un fenomeno ambiguo: da un lato, la comunicazione è sempre più immediata e accessibile; dall’altro, le parole vengono svuotate di senso, manipolate, ridotte a slogan privi di sostanza. La politica, i media, i social network ci mostrano ogni giorno come il linguaggio possa essere usato per creare consenso o per distorcere la percezione della verità. Nel mio romanzo, il linguaggio diventa un’arma, un inganno, ma anche uno specchio deformante della nostra epoca. La domanda è: siamo ancora padroni delle parole o sono le parole a governarci?»

Quali riscontri hai ricevuto dopo la pubblicazione del libro?

«Ho ricevuto riscontri variegati, alcuni entusiasti, altri più critici, il che è naturale per un libro che gioca con l’ironia e il paradosso».

Qual è stato per te il significato della presenza al Salone del Libro come autore di saggistica?

«La presenza al Salone del Libro rappresenta sempre un’occasione importante sia per dare visibilità al mio lavoro che per entrare in contatto con lettori, editori e altri autori. È un momento di confronto e di scoperta, in cui la letteratura si fa spazio di dialogo. Per me, esserci stato ha voluto dire anche vedere il libro uscire dal silenzio della scrittura e iniziare davvero a vivere attraverso chi lo legge».

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